Chi Sono

Nell’opera di Giovanni Vecchi, colpisce, anzitutto, l’abbondanza di notazioni luministiche: la forma emerge dalle tenebre. La predilezione per il chiaroscuro e la valorizzazione del dettaglio appaiono “cifre” significative. Tutto lo splendore dei corpi – la bellezza e la forza muscolare che incarnano – sembra straripare animato da una misteriosa forza originaria, che tuoni all’improvviso, dopo essersi a lungo trattenuta. E anche nelle pose ricercate non si è mai oppressi dallo sbadiglio della monumentalità, dal grafismo allargato di una visione barocca del mondo. Tutto procede, con intensa vitalità, verso una verità elegante. I corpi, secondo schemi circolari che riflettono variabili punti di vista, paiono attraversare d’impeto,  con primitiva energia, una membrana di tenebra, attratti da glorie di luce. E le energie estatiche emergenti dalla rappresentazione dello spettacolo non perdono l’apparenza di naturalità, rifuggendo sia dal convenzionale che dall’arbitrario: il repertorio figurativo rivendica una matrice spontanea.

Pertanto l’autore non sembra temere associazioni “istintive” con giganti di altri tempi – quelle che saltano all’occhio dei più; il Caravaggio, Jusepe de Ribera, Mattia Preti e altri.       

Nel complesso, l’opera si appoggia sull’estetica classica; nel senso che l’armonia appare come una delle condizioni essenziali della bellezza. Le articolate geometrie, le simmetrie e i contrasti, fanno parte di una narrazione che festeggia se stessa. Splendida la figura del ballerino in torsione; impegnato, con un braccio verso terra e l’altro verso l’alto, in un movimento quasi acrobatico, di aperta sfida alla gravità. Ma la rappresentazione con più soggetti all’opera – l’amalgama dei corpi – è materia di una riflessione più approfondita. Ci si riferisce all’idea di “forza originaria”, anche in vista dell’effetto che il fotografo ha colto e che, a giudizio di chi scrive, è stato in grado di trasmettere al suo pubblico. È un linguaggio la cui origine si perde nella notte dei tempi: non forme puramente ornamentali, ma consapevolmente latrici di un significato naturale più pregnante. Sensualità, anzitutto. Non dipende solo dall’azione; il legame invisibile che ammalia lo si coglie puro solo nel momento della sua breve esistenza: si consuma nell’attimo dello spendersi. E l’irradiazione estetica di un desiderio insistente nei corpi si fa flusso di pulsioni; è percepito senza riserve, a pelle scoperta. Per un istante, cioè, si assiste all’esonero di sovrastrutture culturali ordinarie; la prassi quotidiana è sterilizzata. Se la rappresentazione è ancora “classica”, non lo è l’effetto che produce sul pubblico. 

A meno che l’opera non si ponga tra azione e sogno. A meno che la corrente di pulsioni non sia percepita come un gioioso flusso rigeneratore. A meno che la dimensione che descrive non tenda a proiettare se stessa nella trascendenza. Come nelle fiabe, c’è un passaggio tra esperienza sensibile e il “totalmente altro”. E il “bello” che l’opera di Vecchi rappresenta appartiene a un genere di rapporti – in termini di armonia, di energia, di passione, di grazia, di tensione muscolare – destinati a generare, nel pubblico, “uno spazio a sé”.

Marco De Francesco